33) More. Sugli schiavi.
Come abbiamo osservato nell'introduzione al capitolo, in Utopia
viene praticato un nuovo tipo di schiavit.
Th. More, Utopia, secondo, Sugli schiavi.

Come schiavi in Utopia non si hanno n i prigionieri di guerra, a
meno che non l'abbiano mossa essi, n i figli di schiavi, n
infine quanti si possono acquistare fra gli schiavi di altri
popoli, ma o quelli la cui scelleraggine finisce in schiavit o la
cui colpa, il caso  molto pi frequente, commessa in citt
straniere destina all'estremo supplizio. Di questi molti se ne
chiedono e menano via, a volta per poco prezzo, pi spesso anche
gratis. Queste varie specie di schiavi sono addetti ai lavori
forzati e a vita, ma quelli paesani li trattano pi duramente,
come gente perduta pi degli altri e meritevole di pi gravi
punizioni perch, pur essendo egregiamente avviati a virt da una
splendida educazione, non poterono tuttavia frenarsi dalla colpa.
Un'altra categoria di schiavi si ha quando i giornalieri di un
altro popolo, laboriosi ma poveri, se ne vengono da loro a servire
di propria iniziativa. Li trattano umanamente e quasi con la
stessa dolcezza dei cittadini, salvo che s'impone loro un pochino
pi di lavoro, visto che vi sono avvezzi; se uno poi vuole
andarsene via, cosa che non accade spesso, non lo trattengono a
forza e non lo rimandano a mani vuote.
T. Moro, Utopia, Laterza, Bari, 1982, pagina 97.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/1. Capitolo
Uno.
34) More. Sull'eutanasia.
In Utopia viene anche praticata l'eutanasia, sia pure a
determinate condizioni.
Th. More, Utopia, secondo, Sugli schiavi.

I malati, come dicemmo, li curano con grande affetto e non
lasciano proprio nulla che li renda alla buona salute, regolando
le medicine e il vitto; anzi alleviano gl'incurabili con
l'assisterli, con la conversazione e porgendo loro infine ogni
sollievo possibile. Se poi il male non solo  inguaribile, ma d
al paziente di continuo sofferenze atroci, allora sacerdoti e
magistrati, visto che  inetto a qualsiasi compito, molesto agli
altri e gravoso a se stesso, sopravvive insomma alla propria
morte, lo esortano a non porsi in capo di prolungare ancora quella
peste funesta, e giacch la sua vita non  che tormento, a non
esitare a morire; anzi fiduciosamente si liberi lui stesso da
quella vita amara come da prigione o supplizio, ovvero consenta di
sua volont a farsene strappare dagli altri: sarebbe questo un
atto di saggezza, se con la morte troncher non gli agi ma un
martirio, sarebbe un atto religioso e santo, poich in tal
faccenda si piegher ai consigli dei sacerdoti, cio degli
interpreti della volont di Dio. Chi si lascia convincere, mette
fine alla vita da s col digiuno, ovvero si fa addormentare e se
ne libera senza accorgersi; ma nessuno vien levato di mezzo contro
sua voglia, n allentano l'affetto nel curarlo. Morire a questo
modo, quando lo hanno convinto della cosa,  onorevole; altrimenti
chi si d morte per motivi non giusti agli occhi dei sacerdoti e
del senato, non lo ritengono degno di esser seppellito o cremato,
ma viene ignominiosamente gettato senza tomba in qualche pantano.
T. Moro, Utopia, Laterza, Bari, 1982, pagine 97-98.
